10.12.2010Marco TrabucchiUna sconfinata giovinezza
Il recente film di Pupi Avati “Una sconfinata giovinezza” affronta con delicatezza e intelligenza un tema di frequente discusso nella nostra rubrica, la demenza. Perché questo titolo? Non conosco le motivazioni del regista, ma sembra evidente dalla costruzione del film, che narra la storia di malattia del protagonista intervallata a quella della sua giovinezza, il desiderio di descrivere la vita di chi è affetto da demenza come un eterna giovinezza, perché nella loro mente vi è spazio solo per il tempo lontano. Quante volte abbiamo sentito invocare la mamma da persone di 80 anni: è una richiesta di protezione e di affetto, che saltando i decenni cancellati dalla memoria fa tornare l’ammalato al tempo del fanciullo, quando la mamma era la fonte della vita. Il protagonista del film ha perso i genitori da piccolo e il suo ricordo è legato agli amici, al cane, agli zii; la malattia cancella il confine con il tempo lontano, che diventa parte dell’oggi. Non si comprende però se il regista abbia voluto inserire questi riferimenti al passato come “momenti di riposo” nella mente del protagonista spaventato e affaticato, soprattutto nelle prime fasi della malattia, dalle sue dimenticanze. D’altra parte, nemmeno la clinica e la scienza ci aiutano a interpretare la profondità di questo sentire.
Il film è una storia d’amore; riproduce con una splendida fotografia la storia d’amore di mille e mille famiglie che nel mondo sostengono un congiunto ammalato, anche quando questi sembra aver perso le tracce della vita precedente, è incapace di riconoscenza, talvolta diventa aggressivo. Non so quale sia (o se vi sia) un esperienza personale di Pupi Avati rispetto alla demenza; però ha ben colto come la famiglia allargata troppo spesso non sappia comprendere il significato di un legame d’amore che diviene disponibilità assoluta al servizio. E ciò fa sentire ancor più solo e incompreso chi si dedica con dolore ed amore a riempire di atti concreti e di affetto la “giornata di 36 ore”. La moglie del protagonista viene assistita freddamente dalla sua famiglia e invitata ad allontanarsi dal marito, che si dispera per il distacco nel momento in cui viene affidato a due badanti che assomigliano a secondini (peccato che Avati non abbia saputo descrivere con serenità il ruolo umanissimo di queste persone che vengono da lontano, spesso indispensabili per l’equilibrio delle nostre famiglie …). Ma poi la moglie, interpretata splendidamente da un’intensa Francesca Neri, ritorna dal marito, gli sta vicino e lo accompagna nei giochi infantili, con pazienza, trasformando il suo dolore in continue, tenere manifestazioni di affetto.
Una annotazione finale, amara. Il regista presenta figure di medici inadeguati rispetto all’atmosfera del film; freddi, incapaci di reale vicinanza e di sostegno. Ovviamente per chi scrive è un passaggio doloroso, ma anche un impegno. Se chi ha bisogno ci vede così… » scarica pdf « torna indietro
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