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08.10.2010

Angelo Bianchetti

L’Italia del futuro: un paese di vecchi

L’Annuario Statistico Italiano per il 2009 contiene la fotografia aggiornata del Paese e indicazioni sui possibili sviluppi e, in particolare,  si sofferma anche sulla situazione demografica dell’Italia. Il nostro Paese si conferma fortemente invecchiato. Le sempre più favorevoli condizioni di sopravvivenza, infatti, hanno determinato un costante aumento delle persone di 65 anni e più, che rappresentano ormai il 20,2% della popolazione, collocando il nostro Paese al secondo posto in Europa (dopo la Germania, 20,4%).

L’indice di vecchiaia, ossia il rapporto percentuale tra anziani e giovani, raggiunge quota 144, contro 127 del 2000, e posiziona l’Italia al secondo posto nella classifica dei paesi europei dopo la Germania. Difficile prevedere cosa succederà nel futuro. Molto si discute se i cambiamenti negli stili di vita e i progressi della medicina continueranno ad avere un impatto importante sulla salute come nel passato. Oggi circa l’80-85% dei decessi è dovuto a malattie croniche, tumori e malattie cardiocircolatorie. Anche se la ricerca medica volta alla cura di queste malattie sta producendo risultati incoraggianti, è difficile pensare che queste condizioni siano debellate nel futuro più prossimo. E’ certo vero che il continuo miglioramento dello stile di vita anche delle persone anziane contribuirà sempre di più all’aumento della longevità dei singoli e della popolazione.

Pur con queste cautele, entro il 2050 l’ISTAT ipotizza un’ulteriore riduzione dei rischi di morte per le principali cause e guadagni di sopravvivenza a tutte le età e, in particolar modo, in quelle oltre i 60-65 anni di vita. Nel complesso, ci si attende un aumento della speranza di vita alla nascita che nel 2050 raggiungerebbe gli 84,5 anni per gli uomini e gli 89,5 anni per le donne.

Tra il 2009 e il 2051 gli ultra 64enni, oggi pari al 20,2 per cento del totale (uno ogni cinque residenti), rappresenteranno nel 2051 il 33 per cento della popolazione (uno ogni tre). Crescerà, inoltre, in misura consistente, il numero delle persone molto anziane: i “grandi vecchi” (convenzionalmente, gli individui di 85 anni e oltre) potrebbero, infatti, raggiungere i 4,8 milioni nel 2051.

Questi dati ci portano a fare alcune riflessioni. Sicuramente positivo è il fatto che le persone vivano sempre più a lungo (e complessivamente in migliore salute). L’impatto sempre crescente delle malattie croniche spingerà ad un ulteriore cambiamento della organizzazione dei sistemi sanitari, dell’offerta dei servizi e della prassi stessa della medicina. I problemi legati al rapporto sempre più squilibrato fra giovani e vecchi (economici, culturali, organizzativi) si imporranno sempre di più e necessiteranno di risposte articolate e coerenti. Noi crediamo nella possibilità del nostro Paese (e di tutti i Paesi occidentali) di affrontare positivamente queste sfide, senza cedere a visioni catastrofistiche, ma senza nemmeno pensare che i problemi si sistemino da soli.

 

 

 

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