08.09.2010Cristina CornaliFrattura di femore: quando l’intensivita’ conduce a risultati migliori
Si stima che oltre un quarto degli anziani cade almeno 1 volta nel corso di un anno e che circa il 3% dei traumi esita in una frattura di femore. In Italia, si verificano ogni anno nelle persone sopra i 65 anni oltre 20mila fratture di femore. Il numero di casi aumenta esponenzialmente con l’età, raddoppiando ogni 6 anni e raggiungendo numeri estremamente significativi in chi ha più di 90 anni: tra questi “grandi anziani” 1 donna su 3 e un uomo su 6 subiscono una frattura di femore nell’arco della loro vita. Questo determina conseguenze spesso drammatiche: pazienti con frattura d’anca hanno il 10-35% di probabilità in più di morire nell’anno successivo e meno del 40% dei fratturati acquista un livello di mobilità paragonabile al precedente.
Già da alcuni anni la letteratura scientifica ha dimostrato come la precocità dell’intervento ortopedico di osteosintesi o protesi abbia effetti importanti nel ridurre le complicanze e la mortalità. Questo perché è stato comprovato che se l’operazione viene effettuata oltre 48 ore dalla caduta, si ha un 40% di rischio in più di morte entro 1 mese e un 30% in più a 1 anno. Pertanto, lo standard di riferimento è che l’intervento sia svolto entro 48 ore dall’ingresso in almeno l’80% dei casi. Attualmente nelle regioni italiane la percentuale dei soggetti anziani con frattura di femore che vengono sottoposti a intervento ortopedico entro 2 giorni dal trauma si attesta sul 35%; solo l’Alto Adige raggiunge lo standard dell’80%.
Il periodo critico nei pazienti con frattura di femore non riguarda solo la fase acuta, ma si prolunga per molto tempo anche dopo la dimissione: per almeno 12 mesi i pazienti presentano una più elevata mortalità e un rischio di complicanze che porta circa un soggetto su 3 a un nuovo ricovero ospedaliero.
Il tipo di approccio più efficace nel limitare le complicanze a breve e lungo termine è un intervento multidisciplinare (ortopedico, geriatrico, nutrizionale, fisiatrico) in grado di agire contemporaneamente su più aspetti. In particolare, per quanto riguarda la fase riabilitativa, è stato recentemente dimostrato che proprio nella fase acuta e nell’immediato post-operatorio l’intervento del fisioterapista debba essere particolarmente intensivo. Sedute prolungate per un numero limitato di giorni nel post-operatorio hanno un’efficacia duratura; inoltre devono educare a una prosecuzione autonoma degli esercizi nella fase successiva. Invece, spesso, l’approccio tradizionale tende a essere leggero nella fase post-operatoria e vi è una sorta di atteggiamento da parte del paziente di dipendenza prolungata nei confronti del fisioterapista. Questo atteggiamento deve cambiare per il bene dell’anziano.
In conclusione, se per l’ultra-80enne è così “rapido” cadere, il trattamento medico che coinvolge più discipline deve essere altrettanto repentino: le scelte cliniche e organizzative devono essere dirette a ridurre il tempo dell’atto chirurgico, gestendo in modo appropriato ed efficiente le malattie associate e intensificando la riabilitazione post-operatoria.
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