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20.02.2009

Angelo Bianchetti

Malattia di Alzheimer: aspettando il futuro…

Ogni giorno leggiamo notizie di nuovi possibili rimedi per la malattia di Alzheimer in via di sperimentazione. Dal vaccino, ai farmaci per le proteine che si depositano nel cervello dei malati (chiamate amiloide e proteina tau), a farmaci che agiscono sull’infiammazione, sull’ossidazione, sui meccanismi di neurotrasmissione. La ricerca nei prossimi anni probabilmente fornirà cure efficaci che potranno forse sconfiggere questa terribile malattia, ma ora che possiamo fare? Che cosa possiamo dire a chi è malato oggi? Purtroppo è ancora diffusa (anche tra i medici) un atteggiamento di sfiducia sulla possibilità di “curare”. Questo determina che in circa la metà dei casi la malattia non viene diagnosticata o avviene molto tardivamente, che le cure disponibili (per quanto di efficacia limitata) vengono utilizzate in una percentuale molto limitata di pazienti (in Italia circa il 6%, contro un 10% medio dell’Europa, con una punta massima di circa il 20% in Francia). La mancanza di una diagnosi e di una cura adeguata è il segno della scarsa attenzione che viene dedicata ai pazienti ed alle loro famiglie in molte aree del nostro Paese (anche in questo caso dobbiamo sottolineare che nella nostra provincia la percentuale di pazienti correttamente valutati e trattati è già elevata). Eppure oggi è possibile fare molto per i malati. E’ infatti dimostrato come i trattamenti disponibili siano in grado di rallentare la malattia e di determinare (in circa un terzo dei casi) miglioramento temporanei (che possono durare 6-12 mesi o anche più). Un attivo coinvolgimento dei familiari determina una riduzione dei disturbi del comportamento, un miglioramento della qualità della vita ed una ottimizzazione dello residue risorse di autonoma. Una cura attenta della malattie, un adeguato stato nutrizionale, un uso accorto dei farmaci (che spesso vuol dire evitare farmaci inutili o potenzialmente dannosi) migliorano le performance cognitive e rallentano la progressione delle malattie. Interventi riabilitativi e, più in generale, trattamenti non farmacologici possono sempre avere uno spazio di utilità. Nelle fasi più avanzate della malattia è sempre possibile cercare di correggere alcune manifestazioni con interventi che trovano nella “relazione” con il paziente (molte volte basata su modelli di comunicazione non verbale) l’elemento centrale. Certamente non è possibile evitare che la malattia, dopo un numero variabile di anni, giunga al suo epilogo, più spesso per una complicanza infettiva. Si può però, attraverso tanti piccoli interventi, singolarmente forse di limitata importanza, ma nell’insieme di grande significato, migliorare la qualità della vita delle persone coinvolte, cioè i pazienti e i loro familiari.

 

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