15.10.2008Cristina CornaliL anziano in pronto soccorsoMediamente vi sono in Italia 350 persone che vanno in Pronto Soccorso ogni 1000 abitanti in un anno; di questi il 15-25% sono ultra-sessantacinquenni. Rispetto ai giovani il vecchio si reca in ospedale per un reale stato di malattia urgente. Gli anziani con più probabilità giungono in ambulanza, sono inviati dal medico curante, ricevono un più elevato numero di prestazioni diagnostico-terapeutiche, stazionano in astanteria per tempi più lunghi, vengono ospedalizzati mediamente 3 volte di più. I motivi più comuni di accesso sono il dolore toracico, la dispnea, il dolore addominale e sintomi generici come i capogiri e la debolezza.
Il paziente anziano incorre però in alcuni rischi secondari alle caratteristiche intrinseche del pronto soccorso: i rumori, la luce artificiale, la mancanza di finestre e l’isolamento da persone conosciute possono indurre uno stato confusionale e cadute, la necessità di percorsi diagnostici rapidi può comportare diagnosi scorrette o sottovalutate, viene spesso posizionato un catetere vescicale, i lunghi tempi d’attesa necessari per gli approfondimenti diagnostici possono provocare disidratazione e non adeguata alimentazione.
I problemi si concentrano perlopiù in tre fasi: l’accesso (il cosiddetto triage), la raccolta dell’anamnesi e la dimissione.
Il sistema di triage (termine francese che significa “suddividere, smistare”, costituito in era napoleonica per identificare, evacuare e curare precocemente i feriti più gravi) è gestito da un infermiere che attribuisce all’arrivo della persona in pronto soccorso un codice di priorità: bianco, verde, giallo, rosso. Questo ha lo scopo di ridurre al minimo il ritardo nell’intervento sul caso urgente e regolare il flusso dei pazienti. Dal punto di vista del geriatra, ci si chiede se l’età sia un criterio di severità e se le patologie acute dell’anziano vadano affrontate sempre come urgenti; ovvero se lunghi tempi d’attesa secondari al sovraffollamento trasformino di fatto un codice lieve nell’anziano in un codice più grave.
Al momento dell’accettazione dell’anziano vi è una notevole difficoltà nel raccogliere i dati: manca la documentazione, spesso mancano i parenti, il paziente è poco attendibile e il medico d’urgenza è poco formato a gestire persone con elevato numero di malattie, farmaci e presentazioni non tipiche dei sintomi. Questo può avere ripercussioni sul decorso e sulla successiva dimissione. Infatti, circa il 60% degli ultra-65 ritorna dal pronto soccorso a domicilio, ma di questi si è stimato che il 15% si ripresenta entro 1 mese, il 25% è successivamente ospedalizzato, il 30% riceve farmaci inappropriati o con rischio di interazioni farmacologiche. In particolare sono le persone più disabili, con scarsi supporti sociali, con deficit cognitivi e molte malattie ad avere i risultati peggiori.
Esistono però alcune proposte per azioni di miglioramento: la formazione specifica del personale del pronto soccorso, test per identificare soggetti “a rischio”, collaborazioni con equipe geriatriche per la gestione dei casi più complessi, protocolli specifici per il paziente anziano acuto, maggiore comunicazione e coinvolgimento del medico curante e dei servizi sociali. Forse, gli ambienti di organizzazione sanitaria dovrebbero riflettere, così come esistono vie preferenziali per le donne in gravidanza, i pronto soccorso pediatrici e psichiatrici, se vi sia anche la necessità di un pronto soccorso geriatrico per rendere più efficace ed umano il primo contatto del paziente anziano con l’ospedale. » scarica pdf « torna indietro
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