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08.07.2008

Marco Trabucchi

La letteratura aiuta anche i medici a comprendere la realtà con occhi “più umani”

Chi scrive questo articolo si trova spesso a leggere volumi molto difficili e complicati attorno alla vita e alla salute delle persone anziane. Ma non sempre da queste letture si possono trarre indicazioni convincenti per capire le dinamiche dell’esperienza umana; i numeri e le loro interpretazioni da soli non riescono a dare il senso della nostra vita e di quella delle persone che ci stanno attorno, anche di chi a noi si affida per problemi di salute del corpo o della mente. Nella mia esperienza ho invece spesso trovato nella letteratura indicazioni incisive, interpretazioni che hanno lasciato il segno, atmosfere che permettono una comprensione della realtà migliore di qualsiasi altro mezzo. In passato già mi è capitato in questa rubrica di commentare qualche volume significativo per come descrive la vita degli anziani; oggi riferisco le impressioni che ho tratto dalla lettura di “L’ha ucciso lei” di Tahar Ben Jelloun (Einaudi). Il volume -che si legge di un fiato- narra della vita in Francia di un emigrato marocchino, del suo lavoro -al quale era molto attaccato- e del pensionamento, che ha conciso con la fine di ogni speranza. L’autore, uno dei più noti scrittori francofoni contemporanei, si è occupato in molte occasioni delle difficoltà delle vita e degli effetti devastanti che queste possono avere sulla salute. Ad esempio, è significativo il titolo di un suo romanzo del 1999 (“L’estrema solitudine”) che descrive la condizione disperata degli immigrati nordafricani in Francia. Peraltro la sua tesi di laurea in sociologia a Parigi trattava della confusione mentale degli immigrati ospedalizzati; è un argomento che noi geriatri ben conosciamo, perché il ricovero spesso fa perdere ogni orientamento alla persona fragile, creando una sindrome molto grave chiamata stato confusionale acuto (o delirium).

Il tema di “L’ha ucciso lei” si inserisce con toni del tutto particolari nel dibattito sulle conseguenze della fine del lavoro e sui rischi che il pensionamento comporta soprattutto quando la donna o l’uomo sono ancora giovani. 30-40 anni fa una persona di 60 anni era davvero vecchia; oggi invece nella gran parte dei casi è un individuo nel pieno delle proprie capacità fisiche e mentali, in grado di affrontare qualsiasi impegno (esclusi, ovviamente, alcuni lavori particolarmente usuranti, che però  sono sempre meno diffusi, perché sostituiti dalle macchine). Costringere quindi queste persone ad abbandonare il lavoro è un atto di violenza mascherata, una libertà che viene loro tolta. Perché la politica e chi deve prendere decisioni per la collettività non capiscono la nascosta ingiustizia di imporre una scelta, invece di lasciare ogni individuo libero di decidere autonomamente se continuare il lavoro o sospenderlo? Forse non sarebbe male se questo libro –per alcuni aspetti dolcissimo, per altri molto duro- fosse letto da chi deve stabilire le leggi per il nostro futuro: “In capo a trenta giorni era talmente dimagrito da essere irriconoscibile (…). Ormai non aspettava più i suoi cinque figli, ma la liberazione, la morte che invocava in silenzio, e la clemenza del cielo(…). Il quarantesimo giorno la morte inghiottì la testa. La sua tomba era lì, davanti alla porta di casa. In pochi giorni si ricoprì di erba verdissima. Spuntò qualche fiore selvatico. Così scomparve Mohamed l’immigrato, l’uomo ucciso dalla pensione”.

 

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