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11.02.2008

Marco Trabucchi

Il malato anziano e la sua famiglia

Oggi si celebra in tutto il mondo la Giornata del Malato, dedicata quest’anno ai rapporti tra le persone che stanno male e le loro famiglie. In particole viene richiamata l’attenzione su quello che ogni persona e le istituzioni sanitarie possono fare per rendere più facile e significativa la vicinanza della famiglia ad un congiunto ammalato, e quindi anche le eventuali azioni di cura e assistenza. Ovviamente nella nostra rubrica ci interessiamo dell’argomento nella prospettiva delle persone anziane; peraltro, è un argomento che ha fatto sempre parte dei nostri interessi, perché ogni atto di cura richiede una presenza vigile, affettuosa, generosa e informata della famiglia. Oggi, ancor più in particolare, dichiariamo ai lettori quello che noi medici vorremmo fare (anche se non sempre ne siamo capaci) per aiutare le famiglie nel prestare le cure e, allo stesso tempo, per non entrare in crisi di fronte ai problemi posti dall’assistenza ad un ammalato anziano.

Il medico di famiglia prima di tutto ascolta e guarda; con un po’ di pazienza e di attenzione chi ha esperienza di situazioni difficili riesce a capire quali sono i punti critici del rapporto tra il malato e la sua famiglia e a predisporre interventi che possono dipendere direttamente da lui o da altri servizi che lui stesso può attivare. Prima di tutto il medico offre consigli operativi su quello che si deve fare, e come fare, di fronte ai problemi di un ammalato che resta a casa. Molto spesso la famiglia è già pronta e capace; basta quindi qualche parola, o anche l’aperta dichiarazione che quello fatto è stato fatto bene, per ottenere un effetto di rinforzo positivo, importante per continuare un’opera di assistenza spesso di per se già faticosa, e che quindi non deve essere ulteriormente appesantita da incertezze e timori di sbagliare. L’area dei consigli è molto vasta; va dalle cose più semplici (cosa e quanto bere e mangiare, come scandire le attività del malato nelle diverse ore della giornata,  quanto dormire, ecc.) fino alle cose più rilevanti, come la decisione se ricoverare il proprio congiunto in ospedale, quanto spingersi con le terapie, ecc. Frequentemente il momento di rottura di un sistema di assistenza famigliare che funziona è rappresentato da un ricovero ospedaliero, perché caratterizza

 

 

il passaggio da una condizione di relativo equilibrio sul piano clinico e dell’autonomia ad una di dipendenza. In questi casi è importante il ruolo del medico ospedaliero, perché è il primo a verificare l’eventuale cambiamento di condizione e quindi a mettersi in relazione con il paziente e la sua famiglia per trovare le risposte più adatte ai nuovi interrogativi. Queste risposte sono particolarmente importanti quando il paziente è affetto da una malattia che ne riduce le capacità cognitive; in questi casi, infatti, la famiglia chiede prima di tutto di essere messa nelle condizioni di comprendere la condizione del paziente. Il medico (assieme agli altri componenti delle equipe di cura, come quelli che forniscono l’assistenza domiciliare) deve, ad esempio, rispondere alla domanda dei famigliari “Il mio caro soffre? Sente dolore?”. In questi casi la capacità clinica si coniuga con la sensibilità nel rispondere alla domanda, predisponendo adeguati trattamenti ed insegnando alla famiglia come continuare sulla strada delle cure.

 

 

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