02.08.2007Marco TrabucchiIl dolore dell’anima e l’anziano
Il dolore dell’anima, in termini clinici chiamato depressione, una condizione frequente della persona che invecchia, è troppo spesso vissuta in silenzio, senza chiedere aiuto a nessuno, per la naturale ritrosia a dichiarare i propri sentimenti.
Recentemente mi è capitato di ascoltare da un’alta autorità morale della nostra città una favola di Gianni Rodari, intitolata “Giannino il distratto”. Leggiamola insieme e il lettore ne capirà il significato rispetto al tema di questo articolo.
Giannino è un bambino così distratto che nelle varie azioni che compie nella giornata, quando esce di casa, spesso dimentica anche pezzi del proprio corpo: gioca a calcio e perde una gamba, gesticola e perde un braccio, guarda una vetrina e lascia il naso attaccato al vetro. Nel paese dove abita tutti conoscono la distrazione di Giannino, che continua sereno le sue passeggiate, incurante dei “pezzi” perduti. Alla sera ritorna a casa dalla mamma e le chiede approvazione per quanto ha fatto durante il giorno. Lui è felice e la mamma non lo rimprovera per avere dimenticato qua e la una gamba o il naso: lo abbraccia con forza ed in quell’atto rimette, ciascuno al suo posto, i vari pezzi, che nel frattempo gli abitanti del paese le avevano riportato. L’amore della mamma –senza parole e senza atti impositivi- ridona il senso alle cose, permette a Giannino il distratto di continuare a vivere con gioia.
Perché ho riportato questa favola così tenera in una rubrica sulla salute della persona anziana? Perché l’amore degli altri ha una forza lenitrice nella sofferenza e nel dolore. A tutte le età, l’amore concorre a ricostruire, a mettere assieme: il vecchio non ha più l’amore della mamma che a tutto da ordine e significato. Però l’amore ricevuto e donato resta il principale legame con la vita: la possibilità nella giornata di costruire storie d’amore sono moltissime, anche se le trascuriamo, spesso nemmeno le vediamo. Però dobbiamo apprendere la lezione della favola, valida sia per chi accompagna la vita del vicino, sia per chi ha responsabilità professionali di cura. Soprattutto se il sofferente è un anziano al quale la depressione provoca un aggravarsi delle fragilità: l’impegno contro il dolore dell’anima del vecchio non è un atto marginale, al quale dedicare tempo di cura solo dopo avere risolto ogni altro problema, ma è la prima attenzione verso chi si voglia sottrarre ad una condizione che autoproduce dolore e quindi progressivamente una sempre più grave fragilità.
La cura migliore, oltre ad un uso mirato dei farmaci, è l’accompagnamento, il richiamo al tempo presente ed al senso della vita. Questo approccio è più facile con chi possiede il dono della fede (Cristo ha vissuto il dolore nella propria carne ed incontra il sofferente parlandogli della vita eterna, ponendosi lui stesso come realtà, come vita che non muore e quindi come riferimento che da spiegazione anche all’inspiegabile), ma per tutti l’amore degli altri è costruzione di un legame forte, un antidoto alla perdita di speranza. Quante volte abbiamo incontrato nella pratica clinica o nella vita di tutti i giorni persone che hanno perso il senso dell’esistenza, con il passato coperto di grigio ed un futuro che fa paura. E’ necessario l’ascolto, prima di tutto, per capire il loro dolore, da dove viene, se è legato a qualche specifico evento o è il segnale di un’esistenza in crisi. L’ascolto è la premessa per un dialogo, fatto anche di silenzi, mai di considerazioni moralistiche o banali (“vinciti”, “fatti forza”). Così si può costruire un semplice, ma efficace atto di cura, perché la depressione non può essere la compagna severa di molti anni né la consigliera triste che induce a sperare nella fine della vita. Quando ci dovesse capitare, comportiamoci come la mamma di Giannino silenziosamente capace di un affetto che guarisce.
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