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06.06.2007

Marco Trabucchi

La professione medica si tinge di rosa

Vorrei soffermarmi sul tema della femminilizzazione della professione medica, evento che ha modificato radicalmente la composizione delle nostre facoltà mediche, ora a stragrande maggioranza composte da giovani studentesse. Il fenomeno si è sviluppato nel giro di pochissimi anni (oggi tra gli studenti del mio corso al quinto anno della facoltà di medicina le donne sono l’80%).

E’ difficile dare spiegazioni rispetto ai fattori che hanno provocato l’allontanamento degli uomini dalla professione medica. Qualche maligno sostiene che le ragazze sono più studiose e più preparate e quindi in grado di affrontare con maggiore facilità l’esame di ammissione alla facoltà medica! In ogni modo si deve constatare come molti fenomeni sociali, in grado di incidere significativamente sui nostri stili di vita, avvengano senza essere né costruiti e né previsti. Non ci resta che analizzarli con serietà e serenità, cercando di trarre il massimo vantaggio per noi e per gli altri da eventi pur così imprevedibili. Per questo motivo vorrei dedicare qualche riga a commentare il recente cambiamento per gli effetti che ha (ed avrà) sulle modalità di cura. Si pensi, in particolare, alla medicina per gli anziani. La donna medico esprime un maggiore livello di pazienza, di capacità di dialogo, di attenzione empatica verso i suoi pazienti; sono caratteristiche fondamentali nel rapporto di cura con la persona anziana che va compresa in tutte le dimensioni del suo vivere nel mondo, ben sapendo quanto la malattia non sia solo espressione di un organo o di un apparato, ma di tutta la persona che invecchia. La donna medico riesce con naturalezza a coniugare gli aspetti scientifici e tecnologici della medicina moderna con il suo essere persona che cura vicino alla persona che soffre, senza forzature o fratture. In questo ambito la donna impartisce qualche lezione ai medici maschi, che talvolta -quando sono coinvolti in procedure di alta intensità tecnologica- rischiano di perdere di vista l’obiettivo primario dell’intervento, cioè la salute di una persona specifica, con tutta la complessità di sentimenti, di speranze, di dolori, di incertezze sul futuro e con una lunga storia di salute e malattia. Si è sostenuto che il cervello femminile è caratterizzato da un maggiore equilibrio tra i due emisferi del cervello, quello capace di analisi, e di un approccio logico ai problemi, e quello sintetico, che affronta la vita con un atteggiamento affettivo, inclusivo. E’ proprio quello che serve nella medicina moderna, che, forse, grazie al “potere femminile” sarà in grado di affrontare i successi della tecnologia senza farne un idolo solitario e talvolta dannoso, collocandola al servizio di un atto di cura che è prima di tutto –se vuole davvero curare- un rapporto tra persone.

 

 

 

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