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05.06.2006

Alessandro Morandi

La polmonite si affronta a casa o in ospedale?

La polmonite acquisita nell’ambiente di vita quotidiano riconosce in un bacillo chiamato “streptococcus pneumoniae” il principale responsabile. Negli Stati Uniti colpisce 2-3 milioni di persone ogni anno e rappresenta la causa di morte infettiva più comune e la sesta causa sul totale del numero di decessi. La maggiore incidenza è registrata negli anziani. L’insorgenza di sintomi quali tosse, febbre, incremento dell’espettorato e dispnea (difficoltà a respirare) devono essere attentamente osservati, soprattutto dai familiari, come campanelli di allarme di una possibile infezione che l’anziano può non essere in grado di affrontare a causa di un indebolimento del sistema immunitario.
La decisione di ricoverare e trattare la polmonite in ospedale deve tenere in considerazione la gravità del quadro clinico, la capacità del sistema (inteso come ambiente familiare e il paziente stesso) di gestire la malattia, i desideri del paziente e la comorbilità, cioè la presenza di malattie croniche. Sicuramente l’ospedale in questa prospettiva fornisce la migliore assistenza e un controllo continuo dell’evoluzione clinica; nell’anziano però un evento infettivo acuto associato ad un cambiamento del luogo e delle abitudini di vita, qual è il ricovero in ospedale, può concorrere all’insorgenza di uno stato confusionale acuto (delirium), alla possibilità di contrarre nuove infezioni e, più in generale, ad un importante disadattamento. Sarebbe, quindi, auspicabile pensare alla possibilità di trattare queste malattie acute in sedi extraospedaliere. Ciò è realizzabile per coloro che sono istituzionalizzati in case di riposo, in cui vi è un’assistenza medica ed infermieristica che permette di valutare l’evoluzione clinica e la somministrazione delle terapie, avendo altresì la possibilità di trasferimento in un’unità di cura per acuti in caso di peggioramento delle condizioni generali. Una realtà diversa è quella dell’anziano che vive solo o assistito da badanti o dai propri familiari. Si renderebbe necessario innanzitutto un “addestramento” di chi assiste a monitorare le condizioni del paziente, quali l’eventuale incremento della febbre, della dispnea, della necessità di una corretta idratazione, la valutazione dello stato mentale ed infine la possibilità di instaurare una stretta collaborazione con il medico curante.
Come traspare dal breve cenno sui compiti cui dovrebbe adempire il familiare, è evidente che può essere realizzabile solo in casi selezionati senza un’importante comorbilità. In tale prospettiva il compito della medicina geriatrica deve essere quello di individuare metodi facilmente utilizzabili da chi assiste per seguire l’evoluzione della malattia. Tra questi sarebbe importante l’eventuale introduzione della telemedicina, in modo da ottenere un monitoraggio domiciliare del paziente e assicurare che la terapia così attuata sia in grado di fornire lo stesso standard qualitativo dell’ospedale.
Ad oggi, quindi, il trattamento della polmonite nell’ambiente domestico risulta essere un’opzione attuabile solo in pochi casi selezionati e l’ospedale rappresenta ancora il miglior metodo di cura per il paziente anziano.

 

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