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08.05.2006

Marco Trabucchi

Parenti in corsia

Il Gruppo di Ricerca Geriatrica cura settimanalmente dal 1987 la rubrica "Terza Età" sul quotidiano locale «Giornale di Brescia»: mettiamo a disposizione dei lettori alcuni degli articoli pubblicati invitandoli ad utilizzarli nelle tante occasioni di educazione alla salute rivolte agli anziani e alle loro famiglie.

 

In questi giorni è stato pubblicato sulla rivista chiamata Circulation l’importante contributo di un gruppo di geriatri fiorentini che hanno studiato le conseguenze dell’apertura ai parenti di un reparto di terapia intensiva dove è ricoverato un alto numero di anziani. Si tratta di un argomento già discusso (ne abbiamo parlato anche noi qualche anno fa in un articolo di questa rubrica), ma mai prima d’ora la dimostrazione che è possibile aprire ai parenti e ai conoscenti gli accessi alle terapie intensive era stata data con tanta precisione e con dati inconfutabili. In sostanza l’equipe fiorentina, diretta da Niccolò Marchionni, rivoluziona una delle regole principali delle strutture dove si trovano le persone bisognose di cure intensive e cioè che l’isolamento fosse una necessità primaria per evitare l’esposizione di persone deboli, e quindi particolarmente a rischio di infezioni (come sono questi ammalati), a germi che possono arrivare dall’ambiente esterno. Marchionni e i suoi colleghi non negano che vi sia un certo rischio di infezioni, ma dimostrano che i vantaggi in termini strettamente clinici, oltre che –ovviamente- in termini umani, di avere l’assistenza di persone care sono superiori agli eventuali danni provocati dalla liberalizzazione dell’accesso alle unità di terapia intensiva. Nel lavoro si dimostra che, nonostante l’apertura abbia provocato una maggiore contaminazione dell’ambiente, le complicanze settiche non sono aumentate, mentre sono diminuite le complicanze cardiocircolatorie. Questi eventi si accompagnano a minore ansia dei pazienti e ad un minore aumento degli ormoni tiroidei, segnale di una maggiore serenità della persona in cura, che potrebbe essere alla base del minor numero di eventi cardiovascolari negativi. Questi dati clinici, frutto di un rigoroso studio controllato che è stato ritenuto degno di pubblicazione sulla prestigiosissima rivista americana, confermano quanto era possibile intuire e cioè che la presenza di persone amiche rappresenta un punto di appoggio, una sicurezza anche nei rapporti con il personale ospedaliero. Infatti chi ha avuto l’esperienza come paziente di una terapia intensiva narra la sensazione di scarso controllo sull’ambiente, di sentirsi in balia di atti dei quali non conosce il significato, che spesso non vengono spiegati. La presenza di persone care crea sicurezza perché possono fare da ponte tra i medici e gli infermieri e gli ammalati, spiegando la funzione degli apparati tecnologici e togliendo a questi un’ alea di mistero per nulla tranquillizzante. Allo stesso tempo possono comunicare al team di cura alcune informazioni sulla salute del paziente che questi non è in grado di trasmettere. Certo, la eventuale nuova organizzazione delle terapie intensive richiede una piccola rivoluzione mentale in quelli che  vi operano; per questo andrà estesa con prudenza e senza forzare alcune fondate preoccupazioni. Però finalmente non vedremo più i gruppi di umanità dolente al di fuori dei vetri smerigliati di questi reparti, in attesa di un incontro fugace, carico di interrogativi, di preoccupazione e di tensione. La malattia, quella vera ospitata nel corpo di una persona, e non solo quella formalizzata nei libri di medicina, ha bisogno di risposte diverse rispetto a quelle apparentemente rigorose ma fredde del passato. Non per una superficiale e retorica scelta di umanizzazione, ma perché questo è l’unico modo per curare bene le persone fragili che soffrono.

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