Che fare?
Non è questa la sede per compiere una revisione accurata delle diverse proposte che oggi cercano di rispondere alle esigenze degli anziani con diversi livelli di autonomia perduta; però è utile un elenco, anche veloce, perché forse non è a tutti nota la ricchezza delle dinamiche presenti nel settore, ed anche per mettere in luce i possibili ambiti di progresso in una seria visione programmatoria.
Si parte dai problemi posti dall'abitare dell'anziano con diversi livelli di non autosufficienza, prevalentemente lievi, che coinvolgono il lavoro delle famiglie (si veda la sperimentazione della “scuola delle famiglie” perché possano diventare sempre più autonome e preparate nella gestione di un anziano a casa), quello delle cosiddette badanti, per le quali fioriscono in ogni parte d'Italia iniziative volte a migliorarne le capacità professionali, ma anche le condizioni di lavoro, nonché la possibilità concreta di utilizzare al meglio l'ICT, che finora non è riuscita a superare la barriera tra una tecnologia sempre più avanzata e la persona a casa, non in grado di valorizzare il supporto che potenzialmente può esserle fornito. In questo ambito si colloca anche il cosiddetto silver cohausing (cioè la convivenza tra persona anziane senza legami di parentela, al fine del reciproco supporto umano ed economico), ancora poco diffuso nei nostri territori, ma che è destinato a svilupparsi, come è avvenuto in altre zone d'Europa. Ovviamente a questo elenco si devono aggiungere i vari livelli di servizio tradizionali, quali l'assistenza domiciliare integrata (ADI) o quelli meno intensivi offerti dai comuni (ad esempio, il SAD). Un aspetto originale e non secondario della crescita spontanea di servizi è esemplificato dai Caffè Alzheimer, esperienza che sta crescendo in modo esponenziale (nella sola Emilia Romagna sono 55); forniscono infatti a costi molto ridotti un supporto alle persone affette da demenza e alle loro famiglie, che si esplica oggettivamente -come dimostrano da alcuni studi- in una riduzione dei disturbi comportamentali provocati dalla malattia e del carico psicologico-organizzativo sulla famiglia (oltre, ovviamente, a indurre un alto grado di soddisfazione soggettiva da parte degli utenti).
In ordine logico-clinico, dopo i servizi per la vita a casa viene l'ospedale. Il problema della cura ospedaliera della persona anziana non autosufficiente è estremamente complesso (si veda al proposito il recente volume a cura di Enrico Brizioli e Marco Trabucchi “Il cittadino non autosufficiente e l'ospedale”, edito da Maggioli). Uno degli aspetti più rilevanti riguarda la dimissione del paziente e la presa in carico da parte di servizi in grado di superare le difficoltà che spesso la persona incontra nel rientro in famiglia, dopo un ricovero necessariamente breve in ambiente per acuti. In questo ambito vi sono i servizi di lungodegenza ospedalieri, i reparti di post acute care sempre negli ospedali, i country hospital, i reparti riabilitativi regolati a diversi livelli di intensità. A questi servizi fanno seguito i day hospital (talvolta mascherati per esigenze programmatorie), gli ambulatori distrettuali, i centri diurni con diverse specificità (tra queste è molto rilevante e utile quella riservata alle demenze). Poi vi è la filiera delle residenze, che assumono diverse configurazioni; dalle comunità residenziali per persone con limitata riduzione dell'autosufficienza (tra queste alcune sono dedicate a cittadini affetti da demenza in fase lieve); questa tipologia di residenza è simile a quelle che si sono sviluppate in altri paese, ad esempio in Inghilterra, dove gli enti locali organizzano delle nursing home con un massimo di 20 ospiti. Sempre in questa logica in Germania si sono sviluppate delle strutture nelle quali vi è una forte contaminazione tra aspetti abitativi tradizionali e aspetti di cura. Da noi sono state realizzate varie tipologie di comunità residenziali, per livelli diversi di compromissione dell'autosuffcienza.
Perché questo lungo elenco, al quale peraltro mancano certamente alcune altre realtà, già presenti nei nostri territori (in alcuni casi si tratta però solo di vicende nominali, conseguenza di atteggiamenti talvolta “patologici” di programmatori desiderosi di apporre un timbro personale su realtà già diffuse in altre regioni!)?
Lo scopo è mettere il lettore a contatto diretto con la ricchezza delle proposte e delle realizzazioni nell'ambito dell'assistenza continuativa all'anziano, in modo da elaborare alcune considerazioni importanti, come supporto per coloro che lavorano in questo campo, siano essi programmatori od operatori.
Una prima considerazione riguarda ancora il ruolo della politica; se non vi è una forte guida degli articolati livelli di servizio sopraindicati la rete rischia di aggrovigliarsi, invece che fungere da elemento di sicurezza perché offre a ciascuno il livello di supporto più adatto alle specifiche evidenze. La politica a livello nazionale dovrebbe dare un segnale di interesse, con alcune direttive programmatorie, delegando poi a livello locale le decisioni operative. Tra i compi irrinunciabili vi è la regolazione degli accessi (evitando le utopie della libera scelta, che di fatto è inaccessibile per la gran parte di chi ha bisogno); la gestione complessiva delle risorse (infatti, anche se alcuni segmenti sono a quasi totale carico degli utenti, il sistema pubblico deve garantire un'equa distribuzione delle risorse, controllando la congruità dei costi rispetto a servizio offerto; peraltro, è ben noto che attualmente l'offerta copre solo una parte del bisogno, anche in regioni tradizionalmente molto attente e “generose” come l'Emilia, mentre in Veneto si calcola che la copertura sia attorno al 20%); il controllo dei risultati (“ciò che non si misura non esiste”: è un vecchio slogan che riflette un aspetto importante nella vita dei servizi alla persona. D'altra parte, la misura delle procedure è un operazione autoreferenziale che riguarda prevalentemente l'organizzazione, mentre la misura dei risultati è un segnale forte di rispetto verso l'utente, perché solo un servizio realmente personalizzato è in grado di produrre risultati utili al cittadino bisognoso).
Una seconda considerazione, peraltro già sottolineata nelle righe precedenti, riguarda l'esigenza che qualsiasi intervento sia accompagnato da una valutazione multidimensionale, che permetta la rilevazione oggettiva delle condizioni di vita di una persona o di una popolazione afferente ad un servizio; deve quindi comprendere aspetti somatici, psicologici e sociali, perché la vita di ogni cittadino, in particolare se fragile, è determinata dall'insieme di molti fattori, tra i quali le dinamiche di salute somatica, pur importantissime, da sole non sono determinanti del futuro, né in termini qualitativi né quantitativi. La rilevazione è indispensabile sia per allocare la persona non autosufficiente nel livello di intervento più appropriato, sia per misurare se il servizio stesso è stato di una qualche efficacia concreta.
Una terza considerazione riguarda la semplice esigenza che gli operatori siano informati su quello che può essere progettato in un determinato territorio, se ritenuto utile. Un servizio del quale si siano sperimentati i livelli di efficacia può essere di esempio per le comunità, la quale in questo modo viene anche aiutata a definire le aree di maggior importanza per la salute dei cittadini (molte delle estenuanti diatribe sui punti nascita che non superano i 700 parti all'anno sarebbero svuotate se si ponesse ai cittadini l'alternativa tra un servizio poco utile, e spesso dannoso, da una parte e la possibilità di organizzare una seria assistenza continuativa per gli anziani di quel territorio, dall'altra).
L'insieme di queste considerazioni impone di porre al centro della vita sociale la realtà dell'anziano non autosufficiente o a rischio di perdita. In un momento nel quale fortunatamente si pone attenzione ad aspetti strategici della vita collettiva, quali l'organizzazione scolastica o la diffusione della banda larga, è necessario esercitare adeguate pressioni perché ai vari livelli si consideri doveroso affrontare i problemi sopradelineati seppure in modo molto veloce. Oggi è ancora possibile affrontare queste problematiche senza angosce, perché vi sono spazi adeguati per agire opportunamente; non possiamo però dimenticare che le dinamiche demografico-epidemiologiche, l'andamento generale della spesa pensionistica, e quindi la riduzione delle singole pensioni, i cambiamenti della struttura della famiglia, la riduzione delle nascite portano ad un cambiamento del bisogno che avverrà in tempi rapidi. Il mondo occidentale in passato ha saputo superare le sfide che periodicamente si sono susseguite nei secoli scorsi; ci auguriamo che questa sensibilizzazione -e le conseguenti opportune decisioni- siano patrimonio anche della nostra epoca.
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