10.02.2015Marco TrabucchiIl caregiving: una forte parola di supporto Il GRG da molti anni studia i problemi connessi con il cargiving delle persone anziane non autosufficienti. Riteniamo infatti sia una delle tematiche più importanti per mantenere in equilibrio un sistema sempre più critico a causa dei cambiamenti demografico-epidemiologici, di costume, organizzativi, economici. Occuparsi quindi di chi presta le cure nei vari ambiti, cercando di capire le determinanti più rilevanti del sistema, e quindi i suoi punti di maggiore fragilità, è un aspetto importante della vita della comunità. Come GRG l'abbiamo fatto attraverso la preparazione di manuali di supporto, la progettazione e la realizzazione di corsi rivolti ai caregiver, perché possano assumere sempre maggiore autonomia psicologica ed operativa (a questo proposito da più parti si sono proposte “scuole per le famiglie”, per dare supporti tecnico-informativi alla generosità naturale così diffusa), l'analisi dei costi economici ed umani indotti dalla diverse malattie croniche, lo studio delle malattie alle quali sono esposti coloro che lavorano per una “giornata di 36 ore” al servizio dei propri cari.In questa prospettiva abbiamo accolto con grande attenzione quanto scritto recentemente da Papa Francesco per la 23a Giornata Mondiale del Malato, che la chiesa cattolica celebra il prossimo 11 febbraio. Il Papa ha usato parole semplici e efficaci, non comuni nei documenti ufficiali (“prendersi cura, assistenza continua, accudimento, aiuto per lavarsi, vestirsi, nutrirsi”; in un altro passo scrive: ”è relativamente facile servire per qualche giorno, ma è difficile accudire una persona per mesi o addirittura per anni, anche quando non è più in grado di ringraziare”). Per chi è abituato ad usare parole difficili (e purtroppo anche noi talvolta cadiamo in questa trappola, ad esempio quando usiamo il termine “caregiving”, perché per noi più esplicativo, ma forse non altrettanto per i nostri concittadini) è una vera rivoluzione. La scienza dell'organizzazione non dovrebbe aver bisogno di termini esoterici per affrontare i problemi; più vicina è alla realtà, soprattutto quando è diffusa e profondamente legata alla vita, più deve essere facilmente capita. In questo modo non la si allontana dalla vita di tutti, ma riacquista il senso di una scienza di servizio, concreta, disponibile. Le persone che hanno bisogno di supporti sono moltissime e nessuna comunità può trascurare questo dato; peraltro, purtroppo, la crisi economica ha ancor più accentuato i problemi della presa in carico famigliare, sia per i costi crescenti dei servizi, sia per la accresciuta disponibilità di manodopera famigliare, indotta dalla contrazione del mercato del lavoro, soprattutto per le donne. Il Papa con le sue affermazioni ci ha indotto quasi ad una rivoluzione culturale; quando riguarda l'uomo e la donna che soffrono, la scienza deve essere anche formalmente comprensibile, non un castello inviolabile dal quale ogni tanto escono informazioni o indicazioni per il resto della comunità, che deve accoglierle in maniera fideistica. Molti si augurano che dopo queste affermazioni cambi il modo di considerare il lavoro di cura, senza interferire con gli aspetti di generosità e disponibilità, ma riconoscendone il valore sociale e quindi il rispetto che ad esso deve essere dato (ci si perdoni l'ardire: siamo sicuri che la legge 104, così come è oggi applicata, abbia davvero ricadute positive sui bisogni reali delle famiglie?).
Il Papa nel suo scritto riporta una frase dal libro di Giobbe: “Io ero gli occhi per il cieco, ero i piedi per lo zoppo”. Anche sul piano dell'immagine è davvero una citazione incisiva, perché in modo diretto spiega cosa vuol dire esercitare una funzione di supporto; il senso si applica anche, più in generale, ai professionisti che operano nel mondo della sanità e dell'assistenza, perché anch'essi comprendano il nesso tra le tecniche impiegate e la loro ricaduta sulla vita della persona da aiutare. Il significato civile di queste affermazioni è facilmente comprensibile, oltre a quello religioso; riteniamo che la frase di Giobbe dovrebbe essere collocata in apertura di qualsiasi impegno formativo. E' importante far capire, soprattutto ai giovani, il collegamento diretto tra l'azione tecnica e la ricaduta a favore “del cieco e dello zoppo”; avrà certamente un'efficacia superiore alle affermazioni tradizionali sugli aspetti dell'umanizzazione nei servizi. Il GRG nella propria attività formativa, che dura da decenni, terrà questa prospettiva al centro del proprio impegno.
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